Via libera al decreto sulla trasparenza: gli italiani potranno accedere (quasi sempre)...

Via libera al decreto sulla trasparenza: gli italiani potranno accedere (quasi sempre) ai dati governativi

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riconosce già da svariati decenni il diritto dei cittadini ad accedere alle informazioni detenute dai governi. E’ il principio che regola la trasparenza della Pubblica Amministrazione, valido in oltre 90 Paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti, dove il “Freedom  information Act” è attivo dal 1966, e la Svezia, che adottò una forma primitiva di trasparenza degli atti già nel 1766. Seppur con notevole ritardo, anche l’Italia entra in questa virtuosa lista, in seguito all’approvazione, nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 16 maggio, del primo decreto relativo alla cosiddetta Riforma Madia.

Il Freedom information act italiano, indicato con l’acronimo Foia, consentirà un libero e più agevole accesso per i cittadini italiani ai dati delle pubbliche amministrazioni. Un importante cambio di rotta rispetto alla normativa vigente, la legge n.241 risalente al 1990 che regola, limitandolo fortemente, il diritto di accesso dei cittadini ai documenti amministrativi . Il decreto  prevede che ogni cittadino possa richiedere l’accesso ai dati attraverso una piattaforma online ed esprimendo le motivazioni della ricerca. Lo Stato può negare l’accesso alle informazioni solo apponendo una valida motivazione o in una serie di casi particolari, come ad esempio quelli in cui vengano lesi gli interessi economici di persone fisiche e giuridiche o venga richiesto l’accesso ad informazioni relative ad indagini in corso. Cade il principio del silenzio-diniego, cioè l’automatico rigetto della domanda se le amministrazioni non rispondono alla richiesta entro trenta giorni dall’invio.

I dati saranno accessibili a titolo gratuito e il cittadino dovrà sostenere soltanto i costi per la riproduzione materiale.

Non si tratta tuttavia del concetto di Stato come “casa di vetro” tanto caro a Filippo Turati. Esistono infatti dei punti di dibattito ancora aperti (che saranno oggetto di confronto tra associazioni competenti e Pubblica Amministrazione prima che il decreto diventi legge) proprio sulla serie di eccezioni accennate in precedenza: in primis manca una definizione puntuale delle cause di diniego e viene lasciata di fatto ampia discrezionalità alle amministrazioni; inoltre non è previsto un percorso di risoluzione delle cause di diniego più probabili e trasversali al fine di anticiparle.

E’ lecito aspettarsi un periodo di difficoltà per la Pubblica Amministrazione, che dovrà elaborare il sistema più efficace per fornire le informazioni ai cittadini in modo tempestivo. Lo insegna, tra l’altro, la storia degli open data: già dal 2012 lo Stato italiano è obbligato a pubblicare i propri dati in modo trasparente, ma non sempre la legge viene rispettata. Capita che i dati non vengano aggiornati, causando una perdita di qualità e utilità delle informazioni.

Dovrà inoltre essere necessariamente introdotta una commissione per il controllo e l’attuazione delle disposizioni, che vigili sia sull’operato delle amministrazioni che su quello dei cittadini. Nelle ultime ore si è fatta sempre più strada l’ipotesi che questo compito possa essere svolto dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) guidata dal magistrato Raffele Cantone.

Si tratta di un provvedimento che sicuramente segue la direzione di una maggiore tutela per i cittadini, ma prima di esprimere un giudizio completo è necessario verificarne la concreta e puntuale attuazione.

Enrico Bennati