Grecia, sgomberato il campo profughi di Idomeni. Msf contro la decisione del governo Tsipras

Terminato in anticipo sui tempi lo sgombero del campo profughi di Idomeni, il paesino greco al confine con la Macedonia in cui tra lunedì e martedì era iniziato, con l’aiuto delle forze dell’ordine, lo spostamento forzato dei rifugiati.

Aperto dall’Onu nello scorso settembre, il campo ospitava inizialmente duemila persone, diventate poi 12mila in seguito alla chiusura dei confini decisa dalla Macedonia nello scorso mese di marzo. Era il campo per rifugiati più grande d’Europa.

Nella giornata di ieri sono stati trasferiti gli ultimi 800 profughi presenti nel campo. Molti migranti all’arrivo delle forze dell’ordine hanno deciso di spostarsi spontaneamente tentando di raggiungere Atene o Salonicco, mentre chi è rimasto a Idomeni è stato trasferito nei campi gestiti dall’esercito nel nord della Grecia.

Come riporta il ministro per la Protezione Civile greco Nikos Toskas “lo sgombero è stato portato a termine senza l’uso della forza”, ma non sono mancati momenti di forte tensione tra i rifugiati e le forze dell’ordine.

Secondo il portale Vita.it uno dei campi in cui sono stati trasferiti i migranti, quello di Sindos, sarebbe privo delle condizioni igienico-sanitarie minime, con poca luce, aria irrespirabile e la presenza di soli 18 bagni chimici per 600 persone. Altre critiche arrivano invece da chi sostiene che i campi dell’esercito non siano adatti ad ospitare più di 5000 persone.

Prende posizione contro lo sgombero di Idomeni anche Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che con i suoi 250 volontari ha fornito assistenza sanitaria ai rifugiati con 38000 visite mediche: E’ inaccettabile che si faccia pressione sul popolo rassegnato e disperato di Idomeni. Vorremmo” dice il capo missione di Medici Senza Frontiere in Grecia Loic Jaeger “dire loro che saranno in grado di riunirsi con le loro famiglie in Europa, che avranno accesso a una protezione adeguata, ma non possiamo. Non possiamo nemmeno rassicurarli sulle condizioni che troveranno nei nuovi campi. Spostare i rifugiati da un campo informale a uno formale non è la soluzione”.

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