Migranti, l’Europa decida: emergenza o fenomeno strutturale?

La questione migranti è l’argomento senza dubbio più attuale e spinoso per le istituzioni europee: affrontarlo nel modo giusto, quindi, dovrebbe essere la priorità per un’Europa che continua a registrare bassi indici di gradimento tra i suoi cittadini e vede crescere il numero dei suoi detrattori.

Nell’arco degli ultimi mesi Bruxelles ha senza dubbio dimostrato la volontà di risolvere il dilemma, seppur con iniziative il cui esito è ancora tutto da verificare, come nel caso dell’accordo Ue-Turchia che in cambio di tre miliardi di euro (e della liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi) demanda ad Ankara la gestione di un gran numero di migranti. Molto però c’è ancora da fare e praticabili sembrano anche altre proposte come quella del governo italiano, definita “migration compact”, e quella recentissima di stilare un nuovo piano migranti con lo stanziamento di nuovi fondi.

Se il “migration compact” prevede, in soldoni, patti di partenariato con i singoli Paesi di origine o transito dei flussi migratori, ossia contratti di un anno in cui l’Ue promette investimenti mirati in cambio del controllo delle frontiere e dell’accoglienza dei rifugiati, nelle ultime ore si è paventata anche l’ipotesi di aggiungere 500 milioni di euro agli 1,8 miliardi già depositati nel Trust Fund per l’Africa, il fondo creato per affrontare le emergenze e intervenire sulle cause del fenomeno. La proposta verrà approvata nei prossimi giorni, ma una decisione sull’eventuale nuovo “piano migranti” europeo arriverà non prima del 28 giugno, data fissata per il prossimo vertice Ue, da cui si attendono altre importanti proposte.

A prescindere dai provvedimenti, che possono essere più o meno positivi, quello che andrebbe rivisto a nostro avviso è l’approccio stesso dei media e delle istituzioni europee nei confronti del fenomeno migranti: sulle prime pagine dei quotidiani e nelle dichiarazioni degli addetti ai lavori continuiamo a sentir parlare di emergenza immigrati. Ma può essere definito “emergenza” un fenomeno che continua da anni? No, perché per sua stessa definizione l’emergenza è un qualcosa di temporaneo, di effimero, mentre qui si è di fronte a una questione strutturale che va affrontata alla radice.

Il modo più sbagliato per risolvere la situazione è quello di rimandare i provvedimenti. L’Europa dovrebbe adottare politiche maggiormente decisioniste, perché il disordine non fa altro che incoraggiare e favorire chi lucra su questo disagio generale. In attesa che l’enorme macchina burocratica si attivi infatti, mercanti di esseri umani senza scrupoli continuano ad arricchirsi, intascando quattro o cinquemila euro a persona per ogni viaggio e trasformando il Mar Mediterraneo da luogo di speranza a luogo di morte.

Chiusa una tratta, gli scafisti ne individuano un’altra. Alzata una barriera, subito dopo si trova il modo di aggirarla. Ce lo dimostra la cronaca degli ultimi anni e per questo appare privo di senso ogni provvedimento di governi che, in nome dell’antieuropeismo e dell’egoismo nazionalistico, mettono al riparo per un po’ il proprio tetto senza preoccuparsi di addossare tutti i restanti problemi ai propri vicini di casa.

La ricetta per convivere con questo inevitabile fenomeno è una sola: decidere e collaborare il più possibile, seguendo lo spirito e gli ideali con cui i padri fondatori dell’Unione Europea la istituirono.

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