La violenza dell’identità univoca Recensione critica a A. Sen, Identità e violenza,...

La violenza dell’identità univoca Recensione critica a A. Sen, Identità e violenza, Laterza, 2006 [¹]

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Ha ragione Amartya Sen, in Identità e violenza (ed.it Roma –Bari 2006), a ritenere che la «concezione dell’identità influenza, sotto molti e diversi aspetti, il nostro pensiero e le nostre azioni…..La suddivisione della popolazione mondiale secondo le civiltà o secondo le religioni produce un approccio […] ’solitarista’ all’identità umana, approccio che considera gli esseri umani membri soltanto di un gruppo ben preciso [….e] che può essere un buon metodo per interpretare in modo sbagliato praticamente qualsiasi abitante del pianeta [….] l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari [….] il mondo suddiviso secondo un unico criterio di ripartizione è molto più conflittuale dell’universo di categorie plurali e distinte che plasma il mondo in cui viviamo […] l’illusione del destino, in particolare quando è legata a determinate identità uniche alimenta la violenza [….] dobbiamo avere piena consapevolezza di possedere molte e distinte afflizioni» (Prologo, pp. VII-XI, passim).

Questa serie di affermazioni, tra loro fortemente connesse e che costituiscono l’idea centrale ripetuta costantemente nell’intero volume, hanno a loro volta il proprio centro di gravità tanto nel rifiuto di identità univoche (prevalentemente stabilite in base a classificazioni di ordine religioso e/o culturale) che portano a conflitti, quanto nell’esigenza di promuovere identità plurime («siamo diversamente differenti») che costituiscono ciascuna persona. Nel libro Sen porta innumerevoli e variegati esempi sia delle conseguenze negative del primo tipo di identità, sia di quelle positive rese possibili dal secondo tipo, ne riporto uno solo che mi sembra particolarmente significativo: «sarebbe una vittoria a distanza per il nazismo se le atrocità degli anni Trenta avessero precluso per sempre a un ebreo la libertà e la facoltà di invocare qualsiasi identità diversa dall’ebraismo» (Introduzione, p. 10).

Insomma, tutta la riflessione di Sen gira intorno alla innegabile constatazione, purtroppo ben confermata dalla sua stessa esperienza dei conflitti svoltisi in India tra indù e mussulmani, che «molti dei conflitti e delle atrocità del mondo sono tenuti in piedi dall’illusione di un’identità univoca e senza possibilità di scelta» (Prologo, p. XIII). In più c’è da notare che Sen argomenta tutto ciò discutendo spesso la tesi, alquanto diversa dalla sua, dei “comunitaristi”, secondo i quali la scoperta dell’identità di appartenenza è un fatto naturale quale l’identità medesima; anche su questo punto ritengo utili le osservazioni critiche avanzate che comunque non gli fanno dimenticare che «l’identità può essere una fonte di ricchezza e di calore» (Introduzione, p. 5). Per Sen ciò che va rimesso in primo piano è la nostra identità plurima: «nella nostra vita di tutti i giorni, ci consideriamo membri di una serie di gruppi, e a tutti questi gruppi apparteniamo. La cittadinanza, la residenza, l’origine geografica, il genere, la classe, la politica, la professione, l’impiego, le abitudini alimentari, gli interessi sportivi, i gusti musicali, gli impieghi sociali e via discorrendo ci rendono membri di una serie di gruppi. Ognuna di queste collettività, a cui apparteniamo simultaneamente, ci conferisce un’identità specifica. Nessuna di esse può essere considerata la nostra unica identità, o la nostra unica categoria di appartenenza» (Introduzione, p. 6).

Bene, pur essendo pienamente d’accordo con questa tesi e con le sue articolazioni di superficie, questa raccolta di scritti non riesce però a far altro che ribadire l’assunto e a portare esempi sia dei conflitti causati dall’univocità delle identità che si confliggono reciprocamente, sia delle tante differenze che costituiscono ciascun individuo umano: come a voler dire che è una fotografia della realtà che prende come filtro quello di due forme di identità: univoca e plurima. Ma la foto, per quanto nitida e adeguata alle realtà fotografate, non dà una spiegazione, se non appunto post-festum, di ciò che è identità in sé; del perché una identità univoca produce conflitti, internamente a sé e rispetto alla altre identità (univoche); del perché, e non solo del come, l’identità personale è costituita di tante differenze (o identità), del perché alcune volte proprio le tante differenze non possono di fatto rapportarsi tra di loro, all’interno della medesima identità, in modo non conflittuale, del perché le tante differenze sono anche differenze di valore e che proprio perciò possono entrare in conflitto reciproco. Insomma, ritengo che l’analisi e la descrizione della realtà sociale e politica condotta da Sen richieda per necessità una Teoria dell’identità, della distinzione, della relazione tra identità e distinzione, della “opposizione” e della genesi e forma del “conflitto”. Senza una simile Teoria filosofica e epistemologica, la tesi di questo libro è soltanto vera e non anche capace di farsi vera: non è un gioco di parole, voglio dire che senza una adeguata Teoria la tesi è descrittiva e non esplicativa e dunque non è in grado neppure de jure di determinare una migliore comprensione della realtà storica attuale per meglio agire in essa.

Personalmente ho elaborato, alla luce di una particolare tradizione filosofica, una teorizzazione dell’identità (e del suo carattere de jure non univoco, ma in sé contenente distinzioni) e della nozione di conflitto in un mio libro intitolato: Metafisica degli accidenti. Dalla logica alla spiritualità: il tessuto delle cose (manifestolibri, Roma 2004).

Con questo libro di filosofia ho inteso dimostrare che l’identità di ciascuna singola cosa, di ciascuna singola azione, di ciascun singolo evento, è una identità costantemente correlata alla distinzione e ciò non tanto per il fatto che essa è posta in relazione con altre identità determinate, ma perché è in sé medesima distinta, anche se esistesse una sola cosa, una sola azione, un solo evento e dunque anche se non ci fossero relazioni estrinseche. L’identità di una cosa porta in sé la distinzione perché essa ha accidenti tra loro realmente e non solo gnoseologicamente disomogenei, perché diviene in modo non meccanico, ma attraverso propensioni la cui attuazione implica la contingenza.

Gli elementi concreti dell’esperienza, che spesso sono in rapporto di opposizione reciproca e non solo tra loro disomogenei, risulteranno, in una simile prospettiva speculativa, realmente commensurabili tra loro: capire potrà così, si spera, essere anche un agire responsabile, secondo necessità. Si tratta di una forma di comprensione e di azione capace di spiegare la genesi dei conflitti non solo come relazioni estrinseche all’identità ma spesso interni ad essa, e proprio per questo può essere possibile risolverli e non solo descriverli come in una foto.

L’identità, comunque, in sé ‘è’, c’è e si mostra come tale nella conoscenza, mostra la propria natura etica nell’agire e proprio per questo si tratta di definire la fisionomia di una metafisica degli accidenti e non di una essenza o di una identità come assoluta uguaglianza di sé con sé, univoca, ma, come dice Sen plurima.

Nei diversi paragrafi del libro ho illustrato le dimensioni fondamentali di una metafisica degli accidenti e della categoria dell’identità in sé distinta: 1) il piano logico, 2) ontologico, 3) epistemologico, 4) etico-politico e 5) spirituale.

Ho esposto qui le linee generali di una “metafisica degli accidenti”, quale teoria dell’identità e dei conflitti reali, per ribadire quanto sono d’accordo, dal punto di vista filosofico ed etico-politico, con l’assunto del volume di Hamartya Sen e che proprio per questo ritengo assolutamente necessario indicare un apparato logico, ontologico ed etico per spiegare la genesi sociale delle identità univoche e dei conflitti che ne vengono causati affinché si possa darne in qualche modo “scienza” e di conseguenza una concreta azione politica di segno inverso alla univocità.


[¹] La presente Appendice è già apparsa in italiano in www.filoofia.it in www.filosofico.net ed in inglese in www.wikipedia.org, alla voce “Amartya Sen”.

Prof. Guido Traversa
Associato di Filosofia Morale
Università Europea di Roma
Presidente
Iface – Associazione di Consulenza Filosofica e Antropologia Clinica Esistenziale