Usa, class action costringe la Volkswagen a sborsare 15 miliardi di euro: a che punto siamo in Italia?

Volkswagen al centro di una delle più costose class action mai condotte negli Stati Uniti. In seguito alle vicende che hanno visto protagonista la casa automobilistica tedesca nell’ambito dello scandalo dello scorso anno, definito Dieselgate, il colosso di Wolfsburg è stato condannato a risarcire l’enorme somma di 14,7 miliardi di euro.

Nel settembre scorso, infatti, la Volkswagen fu costretta ad ammettere di aver manomesso i sistemi di emissione delle auto con motore diesel per aggirare gli standard di controllo sull’impatto ambientale e la qualità dell’aria: in particolare, i modelli in questione erano provvisti di un sistema in grado di ridurre sensibilmente le emissioni nel momento in cui i veicoli venivano controllati, ad esempio in sede di revisione.

La casa automobilistica dovrà stanziare 10 miliardi per il riacquisto delle circa 480000 auto coinvolte negli Usa (il valore delle auto considerato non è quello attuale ma quello relativo allo scorso settembre, prima dello scandalo) e per risarcire i clienti americani (la cifra andrà dai 5 ai 10mila euro a testa). Inoltre la Volkswagen sborserà ulteriori 2,7 miliardi all’agenzia federale americana che si occupa di tutela dell’ambiente, e due miliardi per investire in tecnologie che riducano le emissioni.

Tale cifra, comunque, risolve gli interessi solo di mezzo milione di clienti statunitensi, mentre le auto vendute nel mondo e oggetto dello scandalo sono circa 11 milioni: resta da capire come si evolverà la vicenda in Europa, ma sembra poco probabile, anche a causa delle diverse leggi, che un procedimento simile a quello americano venga avviato anche nel vecchio continente.

La class action, azione collettiva che permette ad un gruppo di cittadini tramite un unico processo di ottenere il risarcimento dalla stessa azienda, è stata attivata in Italia nel 2010 dall’art. 140bis del Codice del Consumo, ma da allora poche sono state le applicazioni concrete.

Esistono due sostanziali differenze tra lo strumento utilizzato negli Stati Uniti, motivo di terrore per le multinazionali, e quello italiano (e nella maggior parte dei casi anche europeo) : la prima è che negli Usa il procedimento coinvolge automaticamente tutti i cittadini della categoria danneggiata, a meno che non si eserciti l’opzione dell’opt-out, mentre in Italia è necessario aderire alla class action per poterne far parte; la seconda è che mentre negli Usa vengono risarcite anche le spese legali e i danni morali, in Italia il risarcimento è legato solo ai danni effettivi. In questo caso, ad esempio, in una ipotetica class action italiana sarebbe stato corrisposto al cliente solo il denaro relativo al valore economico dell’auto.

Nel nostro Paese inoltre sono pochi i casi in cui si è utilizzato tale strumento: si ricordi ad esempio, l’azione collettiva avviata dalla Regione Lombardia per risarcire i cittadini danneggiati dai teppisti durante la manifestazione No expo, oppure la class action condotta a favore dei pensionati italiani danneggiati dai provvedimenti disposti dal Governo Monti.

L’unica azione collettiva terminata con successo in Italia fino al 2015 risulta essere quella promossa qualche anno fa dall’Unione Nazionale Consumatori contro il tour operator Wecantour: i giudici del Tribunale di Napoli hanno infatti condannato l’azienda per aver danneggiato un gruppo di turisti che dopo aver pagato per alloggiare in un lussuoso albergo di Zanzibar si sono ritrovati a pernottare in una sorta di scantinato.

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