Il ddl povertà del governo passa alla Camera, ma l’Istat lancia l’allarme: “Italia troppo povera”

La Camera dei deputati approva il ddl povertà proposto dal governo Renzi e dice sì all’emendamento della deputata Pd Donata Lenzi, il quale prevede un cambio di nominativo per le misure di sostegno, denominate ora “reddito di inclusione”. Si tratta di una misura concessa in base alle valutazioni economiche legate al modello Isee, che interesserà inizialmente le famiglie in difficoltà con figli minorenni per poi essere allargata a chi non riesce facilmente a collocarsi (o ricollocarsi) nel mondo del lavoro: non sono invece previste corsie preferenziali per le famiglie povere con persone disabili, e sul punto molte sono state le polemiche mosse dagli esponenti dell’opposizione.

Il testo, approvato con 221 sì, 22 no di Sinistra Italiana e 63 astenuti tra M5S, Forza Italia e Fdi, passerà ora al Senato. Entusiasta il primo ministro Matteo Renzi, che esulta su Twitter: “La prima misura organica della storia repubblicana contro la povertà approvata oggi in prima lettura: 1,6 miliardi in due anni#lavoltabuona”. Critico Beppe Grillo, che dalle pagine del suo blog bolla il provvedimento come una imitazione mal riuscita del reddito di cittadinanza proposto tempo addietro dal M5S: “Il Pd non copia le proposte 5 Stelle, le imita come farebbe una scimmia poco ammaestrata, e il risultato è all’altezza degli sforzi. Provoca grasse risate e compatimento”.

Tutto ciò accadeva nella giornata di ieri, data significativa per la concomitanza con il report dell’Istat da cui emerge, proprio in relazione alla povertà, un bilancio allarmante: nel 2015 secondo l’Istituto di Statistica hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta 1 milione e 582mila famiglie, pari a 4 milioni e 598mila persone. Si tratta, in termini di individui, del dato peggiore dal 2005 ad oggi, perché coinvolge il 7,6% dei cittadini italiani, contro il 7,3% del 2013 e il 6,8% del 2014. Incide molto sui numeri la presenza più massiccia di famiglie composte da immigrati regolari, ma lo stato di povertà assoluta cresce sempre di più anche nelle famiglie con titoli di studio bassi. Molto dipende anche dall’occupazione della persona di riferimento nell’ambito familiare: se impiegato l’incidenza della povertà si ferma all’1,9% delle famiglie, percentuale molto più alta invece (dal 9,7 all’11,7%) per i nuclei familiari capeggiati da operai.

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