REFERENDUM, SCONTRO INFINITO PD-M5S: MA COSA CAMBIA SE VINCE IL SÌ?

Siamo ad agosto, ma le polemiche sul referendum costituzionale del prossimo autunno non vanno in vacanza.

La data è ancora da definire (inizialmente la consultazione era prevista per l’inizio di ottobre, ma è più facile che slitti a novembre) e lo scontro, in questi primi giorni di agosto, diventa sempre più acceso. Protagonisti il Pd, che propone le riforme, e il M5S, deciso a votare no.

Il partito di governo deve fare i conti innanzitutto con le proteste interne di una parte della minoranza dem, con Cuperlo, Bersani, Speranza ed altri esponenti del partito decisi ad opporsi alla linea di Renzi se prima del voto non sarà modificato l’Italicum, la legge elettorale attualmente in vigore. E poi ci sono gli attacchi provenienti dal Movimento 5 Stelle, che proprio in questi giorni ha dato il via alla campagna “#iodicono, Costituzione coast to coast”: in principio era il camper di Matteo Renzi, ora è il tempo dello scooter di Alessandro Di Battista, membro del direttorio a cinque stelle che girerà l’Italia per un mese, dal 7 agosto al 7 settembre, approdando in 27 diverse città italiane. La campagna, durante la quale Di Battista sarà affiancato dagli altri portavoce pentastellati Laura Castelli, Sergio Battelli, Daniele Pesco e Angelo Tofalo, si pone l’obiettivo, come recita un post pubblicato sul blog del Movimento, di evitare “che siano stravolti i principi cardine della Costituzione, minacciati da una riforma scritta con i piedi”.

Al fuoco nemico (soprattutto interno) i vertici del Partito Democratico rispondono con una generica apertura al confronto e al dialogo, ritenendo però quasi impossibile la modifica della legge elettorale prima della consultazione popolare. Lo si evince dalle parole del vicesegretario Pd Lorenzo Guerini, che ha definito “una forzatura” il tentativo di legare la legge elettorale al referendum, e da quelle del capogruppo Pd alla Camera dei deputati Ettore Rosato, che chiede “coerenza e responsabilità a chi la riforma costituzionale l’ha già votata”: il riferimento è proprio alle aree di minoranza del partito, accusate tra le righe di aver messo in piedi un attacco solo strumentale e non fondato su motivi validi.

Oltre alle polemiche e all’eterno dibattito, il referendum ha però ad oggetto delle novità che, in caso di vittoria dei sì, andrebbero a modificare fortemente la vita politica del nostro Paese. Scopriamole in breve.

L’effetto più evidente sarebbe la fine del cosiddetto bicameralismo perfetto, sancito dalla Costituzione italiana sin dalla sua nascita. Il ddl Boschi-Renzi prevede infatti un forte ridimensionamento dei poteri del Senato: il numero dei senatori scenderebbe da 315 a 100, e questo ramo del parlamento, pur mantenendo alcune funzioni legislative come l’approvazione per alcuni tipi di legge (costituzionale, elettorale, referendaria) andrebbe a ricoprire il ruolo di anello di congiunzione tra Stato ed enti locali (la maggior parte dei senatori sarebbe infatti scelta tra i membri dei vari consigli regionali). Il Senato inoltre non potrà più votare la fiducia al Governo.

Tra gli altri cambiamenti sono previsti l’abolizione delle province, attualmente gli enti locali intermedi (già sollevati da molti compiti) tra i Comuni e le Regioni, e l’eliminazione del Cnel, ossia il Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro, organo costituzionale fondato nel 1957 che fornisce pareri al governo e propone iniziative legislative nelle materie di propria competenza.

Cambierebbero anche le modalità di elezione del Presidente della Repubblica, che in caso di vittoria dei sì non verrebbe più eletto dal Parlamento in seduta comune ma singolarmente dai membri della Camera dei deputati e del Senato, con una maggioranza necessaria di voti leggermente diversa dal quarto scrutinio in poi.

Per qualcuno si tratterebbe di un accentramento di poteri troppo forte nelle mani del governo e soprattutto del presidente del Consiglio, per altri invece queste riforme permetterebbero una semplificazione dell’iter legislativo e burocratico e consentirebbero un risparmio, seppur minimo, per le casse dello Stato.

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