Maximulta Apple, Tim Cook e Irlanda si scagliano contro Ue

La Commissione europea dopo tre anni di indagini mette spalle al muro Apple, costringendola a versare oltre 13 miliardi di euro di tasse arretrate nelle casse del governo irlandese. Una presa di posizione quella di Bruxelles che ha suscitato numerose polemiche e che vedrà come prima inevitabile conseguenza i ricorsi del colosso di Cupertino e del governo di Dublino dinanzi alla Corte di Giustizia europea.

Secondo Margrethe Vestager, la commissaria europea alla Concorrenza che ha presentato ufficialmente il salato conto da pagare, Apple avrebbe infatti sfruttato la sua posizione di preminenza sul mercato per ottenere vantaggi illegali economici in accordo con le autorità fiscali irlandesi. Stando a quanto afferma l’indagine europea, il “patto proibito” tra Apple e governo risalirebbe addirittura al 1991, ma l’inchiesta può avere effetti retroattivi solo fino a dieci anni prima del suo inizio. In questo caso quindi, essendo partita nel 2013, l’indagine ha analizzato gli aiuti di stato “illegali” a partire dal 2003, mentre gli accordi relativi agli anni precedenti sono caduti in una sorta di “prescrizione”. L’azienda californiana, nonostante il tasso di imposizione fiscale irlandese del 12,5%, avrebbe pagato secondo la Commissione Ue un’aliquota sui prodotti venduti in Irlanda dell’1% dal 2003 al 2010, dello 0,5% nel 2011 e dello 0,005% nel 2014.
Tutto questo sarebbe stato possibile grazie all’accordo con Dublino e all’esistenza di due società (Apple Operation International e Apple Sales International) le cui sedi non risultano essere né in Irlanda né negli Stati Uniti, e che quindi negli anni scorsi non sono state soggette alla tassazione di nessun Paese: uno stratagemma che il Ceo di Apple, Tim Cook, ha saggiamente evitato di menzionare nella sua accorata lettera ai consumatori europei, in cui si scaglia contro Bruxelles e punta su temi di sicuro impatto come la creazione di posti di lavoro in Irlanda dagli anni 80’ ad oggi e i valori della sua azienda. Cook afferma che Apple non ha mai chiesto né ricevuto favori dal governo irlandese e che questa decisione avrà forti conseguenze in negativo sugli impieghi nelle sedi ubicate in territorio europeo. Dalla sua parte si schierano anche gli Stati Uniti, con una nota ufficiale della Casa Bianca che invita la Commissione europea a non adottare “azioni unilaterali”, e il governo irlandese, con il ministro delle Finanze Michael Noonan che ha dichiarato: “Sono in profondo disaccordo con la decisione della Commissione. Il nostro sistema di tassazione è fondato sulla stretta applicazione della legge, come stabilito dal Parlamento, senza alcuna eccezione”.
Pur non volendo riscuotere i 13 miliardi di euro, il governo di Dublino sarà costretto a farlo per non incorrere in una procedura d’infrazione emanata da Bruxelles: una volta raccolto il denaro, che non è una sanzione ma una somma di tasse arretrate dovute e non pagate, questo potrà essere messo da parte in attesa dei risultati dei ricorsi presentati alla Corte di Giustizia europea.
Non è la prima volta che la dirigenza del colosso di Cupertino deve fare i conti con problemi legati al fisco: solo qualche mese fa Apple aveva dovuto versare per motivi molto simili 318 milioni di euro nelle casse dell’Erario italiano. Attrattività ed importanza dell’azienda, una delle multinazionali più grandi al mondo, restano però intatte, tant’è che Turchia e Regno Unito, attualmente fuori dall’Unione Europea, hanno già spalancato le porte ad eventuali ed imminenti investimenti di Apple sui loro territori.