2 ottobre data decisiva per il destino dell’Ue: crollo possibile? leggi di più

Dopo la mal digerita uscita della Gran Bretagna dall’Ue, Bruxelles si prepara ad un autunno bollente, con alcuni appuntamenti decisivi che potrebbero modificare le sorti e il destino delle istituzioni del vecchio continente.
Sarà ottobre il mese cruciale, a causa della concomitanza di almeno due eventi attraverso i quali i cittadini, nella stessa data, saranno chiamati ad appoggiare la linea europeista o a scegliere una soluzione diversa, fidandosi dei leader euroscettici dei propri Paesi.
Partiamo dall’Ungheria, in cui il prossimo 2 ottobre è stato fissato un referendum sul piano europeo di distribuzione dei migranti, che prevede un ricollocamento tra i vari stati europei dei rifugiati di guerra (siriani, iracheni ed eritrei) provenienti da Italia e Grecia, in base al meccanismo delle quote già oggetto di polemiche e discussioni negli scorsi mesi. Ai cittadini ungheresi sarà chiesto: “Volete che l’Ue prescriva il ricollocamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del parlamento ungherese?”. Un quesito che già nella sua formulazione può apparire fazioso, e che in fondo lo è, se si considera che il premier nazionalconservatore di Budapest e ideatore della consultazione, Viktor Orban, si è imposto come statista principalmente grazie alle sue battaglie contro l’immigrazione e per la costruzione di una barriera che impedisce il transito dei migranti nel Paese. Orban si è già espresso sul voto, dichiarando che l’approvazione del piano porterebbe all’ingresso in Ungheria di potenziali terroristi e sostenendo che Bruxelles “non ha il diritto di ridisegnare l’identità culturale e religiosa dell’Europa”.
Il 2 ottobre sarà una data fatidica anche per l’Austria, chiamata a ripetere il ballottaggio relativo alle elezioni presidenziali, a causa di verificate irregolarità durante gli spogli. Il verde Alexander Van Der Bellen, risultato vincitore il 22 maggio scorso per un pugno di voti, dovrà quindi vedersela di nuovo con il candidato della destra Norbert Hofer, uomo dal profilo politico e dagli ideali molto simili a quelli di Orban. L’annullamento del primo voto rappresenta una spinta, seppur involontaria, alle forze euroscettiche, ora favorite per la nomina del Presidente della Repubblica. Carica che, pur avendo uno scarso potere effettivo, potrebbe scatenare una incredibile eco mediatica a livello europeo. Hofer ha già dichiarato di essere favorevole all’uscita del suo Paese dall’Unione Europea e, in caso di vittoria alle prossime elezioni, potrebbe avviare, da Presidente della Repubblica, le pratiche per un referendum sull’Auxit, minando così per la seconda volta le fondamenta di quell’edificio edificio europeo che mai era stato così instabile prima d’ora.
Vero è che Austria e Ungheria non sono colonne storiche dell’Unione (Vienna è entrata a far parte dell’Ue nel 1995, mentre Budapest solo nel 2004) ma in caso di una doppia vittoria del voto “euroscettico” è chiaro che il 3 ottobre a Bruxelles gli animi non saranno tanto sereni, dato il sempre minor consenso riscosso. Va inoltre considerato che poche settimane dopo (presumibilmente intorno alla metà di novembre) gli italiani andranno alle urne per il referendum costituzionale che, pur non toccando temi europei, in caso di vittoria dei “no” potrebbe assestare un duro colpo al governo di Matteo Renzi, uno dei principali partner delle politiche decise dall’Ue.
L’equilibrio è precario e potrebbe bastare poco per scatenare un incredibile effetto domino. A tal proposito risulta illuminante la riflessione del direttore del Tg La7 Enrico Mentana, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: “Musil la chiamava Kakania, ma cent’anni dopo esser morta l’Austria-Ungheria può stendere l’Europa. Dopo la Brexit, se passa il no a Budapest, se vince Hofer a Vienna, L’Unione davvero rischia di crollare. E la causa è sempre la stessa: la paura degli immigrati. Ma a Bruxelles non l’hanno ancora capito”.
Il compito di Bruxelles, se si vuole evitare il rischio di un lento sfaldamento, sarà quello di affrontare quindi nel più breve tempo possibile le emergenze relative a lavoro, crisi economica, e soprattutto immigrazione, in modo da favorire quei Paesi che, in un’Europa più attenta e concreta, vogliono restarci.