Italia tra aumento dei Neet, disoccupazione e tagli all’istruzione: le vittime sono i giovani

Li chiamano Neet, e l’Italia, secondo l’ultimo rapporto Ocse sull’istruzione, ne è piena: sono le persone “Not in Education, Employment or Training”, cioè coloro (soprattutto giovani) che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione. Analizzando i dati pubblicati dall’istituto francese, emerge sin da subito una situazione preoccupante per il nostro Paese. Nella fascia di età compresa tra i 20 e i 24 anni i Neet sono aumentati  tra il 2005 e il 2015 del 10%, arrivando a costituire oltre un terzo dei giovani nati tra il 1992 e il 1996. L’aumento esponenziale secondo l’Ocse non è spiegabile soltanto con il calo dell’occupazione, pari per questa fetta di popolazione al 12% in media (ma il cui tasso varia in base alle diverse zone della penisola). In altri Paesi come la Grecia e la Spagna a cali simili, e talvolta ancora maggiori, dell’occupazione non è corrisposto infatti un aumento così marcato dei Neet: questo perché i governi esteri sono riusciti a riassorbire questi ragazzi in percorsi di formazione alternativi, preparandoli ad un lavoro futuro e non dimenticandosi delle nuove generazioni. Cosa che non sempre è successa in Italia, soprattutto al Sud.

A testimoniare la sfiducia dei giovani nell’istruzione italiana è un dato evidente: le iscrizioni dei giovani tra i 20 e i 25 anni ai corsi di laurea sono aumentate solo del 5% negli ultimi dieci anni, contro il 14% della Grecia e il 12% della Spagna, i due Paesi europei più vicini all’Italia per situazione economica e tasso di disoccupazione. La laurea non è più considerata dai giovani una soluzione per entrare nel mondo del lavoro, ma un percorso di cultura personale: solo il 63% dei laureati italiani sotto i 35 anni lavora, a fronte di una media dell’83% per gli altri Paesi europei. L’80% degli studenti universitari italiani inoltre non riesce ad accedere a borse di studio e contributi statali, nonostante i costi d’iscrizione agli atenei pubblici (che, va detto, nella maggior parte dei casi offrono una formazione molto valida) siano tra i più alti al mondo.

L’Ocse plaude al tentativo di ringiovanire il corpo docenti italiano tramite la riforma del governo Renzi, ma allo stesso tempo denuncia tagli nel settore istruzione non imputabili alla crisi e nettamente maggiori rispetto a quelli operati in altri comparti: tra il 2008 e il 2013, infatti, la spesa dello Stato relativa all’istruzione è scesa del 14%, molto di più rispetto alla media dei tagli nel resto del settore pubblico (2%).

Appare chiaro che lo Stato debba intervenire al più presto per tutelare la generazione maggiormente esposta ai rischi del futuro, quella dei nati tra il 1985 e il 1995. Una generazione a metà tra i nativi digitali e quelli analogici, che ha avuto la “colpa” di affacciarsi nel mondo del lavoro, venendo brutalmente respinta, durante un periodo nefasto per l’economia del Paese, e che meriterebbe ben altre sorti. Tutto ciò ci porta a porci un dubbio: il solo bonus di 500 euro concesso in questi giorni ai 577.000 neo-maggiorenni italiani e spendibile in beni che abbiano a che fare con la cultura può essere sufficiente per rimettere in piedi una situazione, quella relativa all’istruzione, attualmente tragica? O si tratta, piuttosto, di un’astuta mossa elettorale in vista del referendum costituzionale?