Foto private, hacker e privacy: la dignità delle persone merita rispetto

La privacy sul web è sempre più un utopia. Dopo la triste vicenda di Tiziana Cantone, la 30enne napoletana arrivata a suicidarsi circa un anno dopo la pubblicazione dei video hard che la riprendevano in atteggiamenti molto intimi, sembrava che qualcosa potesse cambiare nel comportamento non solo di chi viola i profili personali, ma anche e soprattutto degli utenti che utilizzano quotidianamente chat e social network.

E invece, solo pochi giorni dopo la morte di Tiziana, un altro evidente caso di violazione della privacy tiene banco in Italia. Lo smartphone della conduttrice sportiva di Sky Diletta Leotta, divenuta celebre nell’ultimo periodo per la sua avvenenza oltre che per la bravura, è stato hackerato e alcune sue foto private, in cui appare quasi totalmente nuda, sono state date in pasto agli internauti, passando di cellulare in cellulare a una velocità incredibile. Poche ore dopo la pubblicazione, le foto erano già state viste da milioni di persone e sui social non si parlava d’altro, tanto che l’hashtag #Leotta è diventato in un attimo trend topic su Twitter. La giovane giornalista siciliana ha sporto denuncia alla Polizia di Stato di Milano nel tentativo di individuare i responsabili dei reati di pubblicazione e distribuzione delle foto intime. Ma quanti saranno i colpevoli? Centinaia, se non migliaia, di persone che con troppa leggerezza hanno inviato le foto via chat ai propri amici, proprio come successe con i video di Tiziana Cantone. Anche se fossero puniti i colpevoli dell’hackeraggio, come ci auguriamo, sarebbe estremamente difficile ottenere la rimozione di quelle foto, ormai a disposizione di tutti, dal web.
Episodi simili si erano già verificati in passato, in particolare tra il 2011 e il 2014 quando alcuni hacker violarono i cloud di alcune star della tv e del cinema, mettendo in rete i selfie hot di attrici famose tra cui Vanessa Hudgens, Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence. Fu proprio quest’ultima a confessare di essersi sentita “violentata” dal furto delle foto, mentre la Johansson, una delle muse di Woody Allen, disse che “essere un attore non significa non avere diritto alla privacy”: l’hacker che pubblicò le sue foto intime fu individuato pochi mesi dopo e condannato a 10 anni di reclusione.
L’impressione, con il tempo divenuta quasi certezza, è che abbiamo tra le mani strumenti tecnologici avanzatissimi ma non abbiamo l’accortezza, la sensibilità e l’intelligenza necessarie per utilizzare questi oggetti nella maniera idonea. La superficialità degli utenti porta a commettere reati che non solo sono perseguibili legalmente ma soprattutto risultano lesivi della dignità delle persone. E se i personaggi dello spettacolo riescono solitamente ad andare avanti, o perché abituati al gossip o perché avvezzi alla celebrità e alle sue conseguenze, superare un trauma simile risulta invece molto più difficile per le persone comuni, vittime delle migliaia di video amatoriali che quotidianamente vengono immessi sul web da ex fidanzati arrabbiati o individui senza scrupoli. I dati sensibili, le foto personali che campeggiano sui nostri profili e rimangono sui nostri smartphone sono il “prezzo” che paghiamo per “esistere” su internet e sui vari social network. Proprio per questo motivo dovremmo tutelare non solo noi stessi, ma anche la vita e la dignità degli altri.