“Czarny protest”, donne polacche in piazza contro la legge anti-aborto

“Czarny protest”, letteralmente “protesta in nero”, è il movimento nato in Polonia per difendere i diritti delle donne messi a rischio dal governo del Paese, su tutti quello di poter accedere alle pratiche di aborto in particolari situazioni.  Lo sciopero del 3 ottobre ha visto scendere in piazza non solo migliaia di donne polacche in molte città del Paese est-europeo, ma anche tanti altri cittadini che da ogni angolo del continente hanno voluto mostrare il loro appoggio alla protesta.

Le donne che hanno partecipato allo sciopero, vestite di nero in segno di lutto, non solo non si sono presentate sul posto di lavoro, ma hanno anche evitato di partecipare ai corsi universitari, di accudire i propri figli e di svolgere altre attività quotidiane come cucinare o lavare. La scintilla che ha fatto scattare la protesta è stato il voto da parte della camera bassa del Parlamento a favore di un disegno di legge, proposto dal partito di maggioranza dai forti ideali cattolici Diritto e Giustizia, che se dovesse essere definitivamente approvato (mancano altri due passaggi) vieterebbe di fatto ogni forma di aborto nel Paese.

La legge polacca attualmente in vigore, risalente al 1993, è già una tra le più restrittive in Europa e consente l’aborto solo in tre casi: rischio di morte per la madre, stupro e grave malformazione fisica del nascituro. Ai 1812 aborti legali registrati in Polonia nel 2014 vanno però aggiunti i dati forniti dalle organizzazioni femministe del Paese, secondo cui sono oltre 100000 ogni anno le donne costrette ad abortire clandestinamente o a spostarsi in Paesi vicini come Germania e Repubblica Ceca. Con la nuova legge proposta dal partito di destra Diritto e Giustizia (guidato tra l’altro da una donna, il primo ministro Beata Szydlo) e appoggiata dalla Conferenza Episcopale Polacca, l’aborto sarebbe consentito in un numero di casi ancora minore, ossia solo ed esclusivamente per salvare la vita della madre. Le donne vittime di stupro, incesto o con figli affetti da gravi malformazioni sarebbero invece costrette a portare a termine la gravidanza. Se la legge dovesse passare, sarebbero inasprite anche le pene, con 5 anni di carcere (la normativa attuale ne prevede 2) per i medici che procurano illegalmente aborti e per le donne che ne usufruiscono.

Sono molti i casi di scioperi simili avvenuti in passato, su tutti quello del 1975 in Islanda, quando il 90% delle donne si rifiutò di svolgere qualsiasi attività chiedendo la parità dei diritti sul posto di lavoro: obiettivo che fu raggiunto l’anno successivo. La protesta segno un punto di svolta per l’Islanda, diventato decenni dopo uno dei primi Paesi a guida femminile.

Tornando alla Polonia, è chiaro che la situazione è molto delicata, come testimonia la spaccatura tra una parte di politici che appoggia il nuovo disegno di legge ed un’altra che si oppone fermamente alle nuove ed ulteriori restrizioni: fondamentale potrebbe rivelarsi l’intervento del Parlamento europeo, che il 5 ottobre, su richiesta del gruppo politico S&D, si occuperà della vicenda nell’ambito della seduta plenaria in programma a Strasburgo.

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