Germania, governo Merkel dice no al “turismo sociale”. Ma la stessa richiesta fu negata al Regno Unito

Dopo il forte calo nei sondaggi che ha portato la coalizione di Angela Merkel sotto il 30% dei consensi (risultato più basso mai registrato negli ultimi quattro anni) il governo tedesco è al lavoro per varare una legge che dica stop al cosiddetto “turismo sociale”, il fenomeno per cui i cittadini si spostano in Germania non solo per cercare lavoro ma anche per poter accedere alle misure di assistenza sociale. Manca solo il sì finale del parlamento, poi il provvedimento in base al quale dovranno passare cinque anni dal trasferimento prima di poter accedere ai sussidi di disoccupazione diverrà realtà. A meno che, ovviamente, i cittadini europei approdati in Germania non siano stati impegnati lavorativamente in precedenza sul territorio tedesco. Al momento il limite è di soli sei mesi, e molte sono le persone, provenienti dai Paesi dell’Ue, che secondo il governo tedesco ottenendo le prestazioni del pacchetto “Hartz-IV” non si impegnano più di tanto nel cercare occupazione. La legge, proposta dal ministro del Lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles, ha un duplice obiettivo: il primo è quello di chiedere ai cittadini comunitari di fare richiesta di sussidio presso il proprio Paese di origine; il secondo è quello di recuperare voti a destra, in un periodo storico in cui i partiti nazionalisti come l’Afd continuano a rosicchiare consensi alla grande coalizione guidata dalla cancelliera tedesca.

Secondo l’Agenzia federale per il lavoro tedesca tali aiuti vengono percepiti da quasi 440mila persone provenienti da altri Paesi membri dell’Ue: in cima alla classifica ci sono i polacchi (92mila), poi italiani (71mila), bulgari (70mila), rumeni(57mila) e greci (46mila).

I principi alla base del provvedimento sono condivisibili, ma ciò che stupisce è il fatto che la stessa richiesta fu negata all’allora primo ministro britannico David Cameron, che qualche mese fa chiese all’Ue di tagliare i sussidi agli immigrati europei per quattro anni, riservandosi il diritto di espellerli dal suolo britannico se dopo 6 mesi di permanenza fossero risultati ancora senza lavoro. Proprio dopo quel “no” prese forma lo scontro Uk-Ue che ha portato al referendum sulla Brexit e alla conseguente uscita dalla zona euro della Gran Bretagna, sancita il 23 giugno scorso.

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