Big Data: la professoressa Fabiana Di Porto spiega dove ci condurrà la...

Big Data: la professoressa Fabiana Di Porto spiega dove ci condurrà la nuova frontiera della tecnologia

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Con le moderne tecnologie gli utenti internet sono sempre più spesso “costretti” a cedere i propri dati personali per poter usufruire di determinati servizi. Questo ha fatto sì che in pochi anni si creasse una mole di informazioni (soprattutto personali) sconfinata ed in continua espansione che deve essere gestita con enorme cautela: si parla infatti di Big Data quando si ha un dataset talmente grande da richiedere strumenti non convenzionali per estrapolare, gestire e processare informazioni entro un tempo ragionevole. Un tema, quello dei big data, che dall’informatica sconfina inevitabilmente nel campo del diritto e diventa materia di studio per i giuristi. Tra i maggiori esperti del settore troviamo la professoressa Fabiana Di Porto, docente di diritto dell’economia all’Università del Salento, che nel corso dell’intervista che di seguito riportiamo svela i segreti, le minacce e le possibilità che si celano dietro questo poco conosciuto (per ora) tema. La professoressa Di Porto è talmente apprezzata, a livello nazionale e non solo, per i suoi studi sul campo da aver curato un convegno lo scorso 9 novembre alla Luiss di Roma sul tema “Big Data e concorrenza” a cui hanno partecipato eminenti personalità esperte nel campo delle comunicazioni e della tutela della privacy.

locandina

Prima parte dell’intervista, fonte: LUMSA Università di Luigi Crimella

Professoressa, cosa la colpisce di più, quale docente di diritto dell’economia, del fenomeno dei Big Data e perché?

Sappiamo che l’informazione da sempre costituisce il motore dell’economia. Lo insegnava Adam Smith coi suoi studi sulla capacità dei mercati di auto-regolarsi attraverso l’informazione; e anche Von Hayek, con pagine memorabili sulla impossibilità degli stati di processare enormi quantità di informazioni, capacità invece riservata al mercato. Ma oggi le cose sono cambiate, e di molto, sia in senso quantitativo, sia qualitativo. Grazie alla diffusione del digitale e al crescere esponenziale delle capacità delle banche dati di immagazzinare informazioni, siamo arrivati alla presenza dei Big Data. Bene ne spiega la loro natura poliedrica una nuova formula sintetica: quella delle “5 V”. Si tratta di Volume, Varietà, Velocità, Veracità e Valore economico dell’informazione. Comprendiamo che non si tratta di pura speculazione concettuale. Le 5 V sono tutte componenti dei Big Data. Anzi, esse sono “i” Big Data stessi.

C’è di che averne paura?

Di per sé, no. In fondo, si tratta di informazioni molto più grandi, anzi incommensurabilmente più grandi rispetto a quanto finora siamo stati capaci di concepire. Già oggi in una chiavetta USB da un Terabyte riusciamo a stipare tutto il contenuto del nostro personal computer. Con i Big Data il termine Terabyte quasi scomparirà. Infatti dovremo imparare un nuovo lessico, alquanto ostico: quello dei Petabyte, Exabyte, Zettabyte e Yottabyte. Sono termini che ci parlano di dimensioni esponenziali di memorie stipate in uno spazio, sia esso un server, il cloud di una società multinazionale, gli archivi di organi statali. Tutti quei dati contengono porzioni di vita di milioni di uomini, racchiusi in archiviazioni pubbliche o private. Questi e molto altro sono i Big Data.

Si direbbe che siamo davanti non solo a un’importante novità ma anche a inedite possibilità. È così?

Certo. I dati appaiono sempre più spaventosamente grandi e mobili, sia per il loro immagazzinamento o spostamento, sia per la loro crescita esponenziale. Non è facile distinguere al loro interno ciò che può essere il bene, come la tele-medicina, rispetto al male: basti pensare al concetto di Grande Fratello o alle possibilità di predizione che le tecniche di big data analytics e di data mining consentono. Qui però registriamo un elemento in più: l’ubiquità, perché – si dice nel gergo degli analisti – data is everywhere. Pensiamo alla geolocalizzazione sui nostri smartphone: ogni istante della nostra vita, grazie alle tecnologie digitali, viene registrata, immagazzinata e successivamente può essere rianalizzata per finalità diverse, anche commerciabili.

Si può dire, come qualcuno sostiene, che sempre più saremo immersi in una società diretta dai Big Data (data driven)?

La pervasività del mondo digitale è sotto gli occhi di tutti. Oltre metà dell’umanità è connessa. Si pensi all’Internet delle cose (IoT) o all’Internet del sé (IoM), dove una pluralità di macchine interconnesse – come le automobili dotate di scatole nere – si scambia dati sulla geolocalizzazione dei veicoli, sulla comunicazione di incidenti stradali, ecc. Questo consente interazioni intelligenti come l’attivazione immediata dei servizi di emergenza 112, dei centri operativi degli ospedali più vicini, oltre alla pronta diversione del traffico stradale, le quali sono a loro volta oggetto di registrazione. Con l’avvento dell’economia digitale diviene possibile inferire statisticamente con grande rapidità e con relativo poco impegno economico una vasta quantità di informazioni dall’elevato valore commerciale, traendole da una massa gigantesca di dati forniti dagli utilizzatori di Internet, semplicemente registrando le loro esplorazioni in rete. È così che riceviamo i consigli commerciali ritagliati, o targetizzati sui nostri gusti. (…)

A presto con la seconda parte.