Big Data: la professoressa Fabiana Di Porto spiega dove ci condurrà la...

Big Data: la professoressa Fabiana Di Porto spiega dove ci condurrà la nuova frontiera della tecnologia

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Terza ed ultima parte dell’intervista, fonte:LUMSA Università di Luigi Crimella. (La prima e la seconda parte le trovi qui)

Altra questione è che ciascuno di noi, in quanto consumatore di servizi digitali, è un po’ costretto a cedere la proprietà dei propri dati personali a chi ci eroga in rete un servizio gratuito?

Come utenti della rete ognuno di noi è un moderno Pollicino, che lascia dietro di sé delle minuscole tracce del proprio passaggio, e lo fa in maniera più o meno consapevole. Navigando, è osservato da almeno cinquanta entità che registrano a sua insaputa i suoi movimenti. Quando scarica una app gratuita accetta senza prestare troppa attenzione termini e condizioni contrattuali e acconsente ad un modello di gestione dei propri dati molto permissivo. Ciò che sta avvenendo, vale a dire la commodification dei Big Data, come sostenuto da alcuni, in un certo senso sta sgretolando la nobile tradizione che vede i dati personali appartenenti alla sfera del diritto morale della personalità, quindi non mercificabile. Però dobbiamo tenere conto dello scambio che avviene in rete tra utente-consumatore di servizi ed erogatore. Ormai sempre più spesso si tratta di un consumatore iper-connesso che acconsente a dare la disponibilità dei propri dati pur di utilizzare una determinata app. Avviene quindi uno scambio di tipo commerciale, basato su una finzione di cui entrambe le parti sono edotte: la gratuità di molti servizi online, pagati invece col prezzo dei propri dati personali. C’è chi ritiene applicabile la disciplina dei contratti del consumatore, con la conseguente nullità di molte delle clausole previste nei terms and conditions delle app e dei social più diffusi. C’è anche chi auspica l’introduzione di compensazioni in bitcoin o in altri servizi digitali a coloro che acconsentono a concedere l’utilizzo dei propri dati e preferenze. Certo è che va definito ancora a chi appartenga la traccia, l’impronta elettronica che Pollicino lascia e che altri registra, raccoglie, elabora e rielabora, analizza e rende commercializzabile. O anche se una siffatta commercializzazione sia sempre ammissibile o si debba escludere per determinati soggetti, come ad esempio quelli pubblici. Ma qui il discorso si fa più vasto e complesso, e riguarda i limiti tra la privacy e il diritto dello Stato di conoscere nel dettaglio le condizioni socio-economiche dei suoi cittadini ed avvalersene, e per quali fini.

Se dovesse, in conclusione, dare una definizione di Big Data, cosa direbbe?

Senza cadere in facili entusiasmi o, al contrario, in premature demonizzazioni, mi pare che si possa dire che i Big Data non sono una moda, né semplicemente dei dati un po’ più grandi, ma pur sempre dati. Essi appaiono – uso un termine impegnativo – ontologicamente differenti dagli small data, e questo non in ordine solo alla loro grandezza, ma soprattutto alle loro potenzialità circa le decisioni che gli uomini possono assumere in ordine al commercio, alla cooperazione, alla scienza e alla conoscenza in senso lato. Mi pare che i Big Data posseggano una doppia potenzialità: di conoscere più a fondo la grande storia (Benjamin direbbe che consentono di cogliere lo Jetztzeit, il tempo-istante), attraverso la lettura intelligente e sempre più approfondita dei grandi numeri, e di conoscere in maniera finora quasi nemmeno immaginabile, lamicro storia di ciascuno. La condizione di base è che, però, ciascuno di noi ne sia consapevole e decida di conseguenza.