Le declinazioni e i trend dell’Economia Collaborativa e della Sharing Economy

L’evoluzione della Sharing Economy e del più vasto orizzonte dell’Economia Collaborativa 

Era il 2013 quando sul The Economist appariva una copertina tributo alla nascente Sharing Economy. Da allora l’ascesa del fenomeno, in termini di visibilità e stakeholder coinvolti, ha continuato a crescere su scala globale senza manifestare segni di rallentamento.

L’impatto della sharing economy nel solo Regno Unito è intorno a circa l’1,3% del Pil.  Meno rilevante il fenomeno in Italia dove la maggior parte delle persone non sono ancora informate sull’esistenza di queste nuove opportunità (il 58% degli italiani dichiara di non essere informato in materia, dati Ipsos 2016). Una recente stima del Parlamento Europeo (2016), calcolata in base alla sotto-utilizzazione di alcuni asset condivisibili (lavoro, auto, casa, ecc.), individuerebbe un valore potenziale pari a 572 miliardi di euro. Il dato non è dissimile da quello fornito da Pwc (2015) secondo cui la sharing economy passerà da un mercato attuale che si aggira intorno a 13 bn $ ai 570 bn $ entro il 2025.

Non si può negare la difficoltà di valutare l’attendibilità di queste stime, in mancanza d’indicatori chiari, a maggior ragione ora che i confini dell’economia di condivisione appaiono ancora opachi e scarsamente condivisi dagli stessi analisti. In generale, la sharing economy italiana riguarda una domanda ancora poco sviluppata. C’è quindi della distanza tra l’Italia e le economie più mature che però fa ben sperare per il futuro e crea prati verdi per il catching up del sistema paese, che anche se non si configura come territorio fonte di queste innovazioni, può nel tempo beneficiare delle migliori esperienze straniere e farle proprie (come succede ad esempio con Circuito Felix e l’esempio svizzero di WIR Bank).

Il quadro generale anche se di forte espansione, come anche esempi di grande successo come Airbnb o Uber, non permette di lasciarsi tentare da interpretazioni apologetiche;  vi è quindi la necessità di uno sguardo problematico che veda pro e contro del fenomeno per un pieno dispiegamento del suo potenziale. Più in dettaglio, vi è ancora la necessità di dare una definizione chiara del fenomeno, dei suoi contorni, dei suoi principi e della normativa di riferimento volta a gestire il fenomeno e a metterlo davvero al servizio della collettività, contemperando tra l’interesse dei singoli, di gruppi di persone (utenti o azionisti) e l’interesse generale della comunità.  I rischi che la volontà innovativa senza un quadro di riferimento chiaro sfumi verso modelli meno virtuosi e tradizionali di economia estrattiva è forte.

Detto questo descrivere sinteticamente un fenomeno così recente ed eterodiretto è complesso ma alcuni elementi generali sono sicuramente ben delineabili. L’idea di un’economia basata su principi più collaborativi e abilitata dalle tecnologie digitali, ispirata dalle scienze umanistiche ed economiche più di frontiera (con evidenti richiami però a teorie e contributi intellettuali del XX secolo come l’idea di Valdani della competizione collaborativa o anche dell’innovazione come leva competitiva teorizzata da Schumpeter), ha alimentato un vivace dibattito internazionale al cui centro vi è sempre l’idea del dialogo tra impresa e innovazione (anche se il no-profit in realtà è un altro attore fondamentale spesso poco considerato all’interno del dibattito). Le startup, vissute come il vettore principale di questo dialogo tra impresa e innovazione, sono diventate fenomeni quasi di costume come anche il termine sharing city (basta vedere le sperimentazioni e i modelli sviluppati in tal senso dall’amministrazione di Seoul).

L’economia della condivisione nella visione più visionaria, appare come un vero e proprio nuovo paradigma produttivo:

  • Si propone di ridefinire il modo in cui beni e servizi vengono creati e distribuiti (e per certi versi anche fruiti), secondo un approccio non lineare e dove la sovracapacità produttiva, considerata tradizionalmente inutile e inaccessibile, viene ad essere messa a sistema e valorizzata. E’ un modello che prevede una crescente disintermediazione, grazie al mix tecnologia digitale – nuovi principi etici al servizio dell’economia;
  • È un paradigma orientato al recupero dei principi della reciprocità, della multi-direzionalità e della rete, in sostituzione del ruolo gerarchico e verticale tipico delle filiere produttive;
  • Nella sharing economy i ruoli dei singoli attori (produttori e fruitori) spesso si confondono, i confini tra i vari attori e relativi profili divengono sempre più porosi.

La vaghezza dei confini concettuali del fenomeno è in generale ancora forte, come si evince anche dal numero elevato di sinonimi che in qualche misura vanno a definirlo:

  • Collaborative economy;
  • Collaborative consumption;
  • Economia circolare;
  • Commons-based peer production;
  • Sharing economy.

I vantaggi di una definizione restrittiva a fini analitici sono evidenti, in quanto permetterebbe di valutare in maniera più chiara la concreta innovatività delle pratiche di condivisione. Al tempo stesso rischia di sacrificare la varietà organizzativa dei servizi collaborativi quale elemento distintivo di questo nuovo modello di scambio.

Forse la differenza tra consumatore e professionista è il nodo più problematico in quanto la sharing economy ridefinisce le barriere che separavano tradizionalmente lavoro e consumo, professionismo e hobbismo, nel ripensamento complessivo delle logiche produttive ma anche dei sistemi di sicurezza così come sono stati fin qui concepiti.

Questo non vuol dire che l’economia collaborativa ignora i temi e le istanze economiche, anzi. Le ragioni che spingono a partecipare ai servizi collaborativi scaturirebbero da tre generi di ricompense: una ricompensa economica, una ambientale e una sociale (Owyang, 2015).

Per cominciare a ragionare su questi temi, “demitizzare” elementi non razionali legati all’interpretazione della sharing economy, è forse preferibile concentrarsi non tanto sul concetto di condivisione quanto su quello più generale di collaborazione, che sembra più adatto a spiegare l’eterogeneità del fenomeno e i suoi capisaldi. In quest’ottica, la sharing economy rappresenta più una sotto-categoria di un framing che può essere definito Collaborative Economy.

L’economia collaborativa, definibile come quel sistema economico basato su (Davide Arcidiacono, 2017):

  • Lo scambio o messa sul mercato dell’overcapacity di un bene/servizio;
  • Un modello di consumo fondato sull’accesso e non sulla proprietà;
  • Su meccanismi che non escludono il ruolo del mercato;
  • La riduzione dei confini tra produzione e consumo;
  • La riduzione dei livelli di intermediazione tra chi eroga/usufruisce del prodotto/servizio;
  • Sulla concezione dell’oggetto scambiato come risorsa relazionale e non come bene rivale.

 

Davide Arcidiacono, Economia collaborativa e startup:forme alternative di scambio economico o mito della disintermediazione?

Usando lo schema proposto da Arcidiacono emerge una classificazione e quindi un inquadramento del fenomeno con delle interessantissime conseguenze. L’economia collaborativa emerge soprattutto per la sua “eterogeneità” imprenditoriale. In linea di massima l’interpretazione apologetica del sistema di scambio totalmente orizzontale e disintermediato, che va ad hackerare i sistemi dominanti estratti, sembra però riduttiva e fuorviante. L’economia collaborativa non è antagonista ma ibrida e fa evolvere il modello capitalistico tradizionale aggiungendo nuove opportunità che, come nella natura del capitalismo, lo stesso accoglie e ne fa sue le pratiche e gli elementi più funzionali al funzionamento del sistema economico. Il sistema tradizionale quindi, grazie alla sua attitudine inclusiva, inizia a prendere atto di queste nuove opportunità e assorbire le stesse per rendere i paradigmi tradizionali più sostenibili o etici, sfumando gli elementi tradizionali, in parte sostituendoli. Attraverso la capacità di mobilitare risorse e sviluppare più efficacemente strategie di scalabilità il capitalismo tradizionale costruisce multinazionali (Airbnb o Uber ad esempio) che danno vita, all’interno del sistema economico tradizionali, a nuove ibridazioni che non snaturano lo stesso ma lo arricchiscono di elementi, di framework, di modelli di business e di idee.

La sfida è quindi affascinante, le potenzialità sono infinite. È ovviamente una sfida ardua, anche per il sistema Italia meno attrezzato a cogliere e scalare simili nuovi paradigmi, ma le opportunità sono tali da generare entusiasmo ed enormi aspettative sia per il sistema economico mondiale, sia per un sistema paese, per una comunità o un suo specifico segmento di essa. Cogliere queste opportunità significa sicuramente avere un quadro normativo chiaro, ma soprattutto generare domanda e offerta di innovazione. In altri termini serve un cambiamento culturale che si concretizzi in una domanda esplicita di queste innovazioni e dei prodotti e servizi da essi generate e, parallelamente, produca una consapevolezza e un impegno imprenditoriale all’interno del tessuto produttivo italiano, storicamente considerato tradizionalista e poco capace di innovazioni radicali.

Simili innovazioni sono quindi prima di tutto una sfida culturale che coinvolge diversi segmenti della comunità (istituzioni, impresa, utenti) ma che può innescare circoli virtuosi dall’impatto trasversale e dalla magnitudine straordinaria in grado di generare benessere diffuso e cambiare la vita quotidiana di tutti noi.

Davide Arcidiacono, « Economia collaborativa e startup: forme alternative di scambio economico o mito della disintermediazione? », Quaderni di Sociologia [Online], 73 | 2017, online dal 01 ottobre 2017, URL : http://journals.openedition.org/qds/1656 ; DOI : 10.4000/qds.1656